Visualizzazione post con etichetta lucca. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta lucca. Mostra tutti i post

martedì 17 aprile 2012

Il giornalismo del 2012 made in Lucca


Primavera 2006, Roma. Master di giornalismo. Tra i miei insegnanti i giornalisti più noti e professionalmente riconosciuti della carta stampata e della televisione. Nomi altisonanti, ognuno con la propria storia alle spalle. Tra i miei colleghi, ragazzi e ragazze coetanei, imbarazzati anche loro come me di potersi trovare di fronte alle penne più stimate del giornalismo italiano. Giovani comuni, tra i quali di lì a qualche anno avrei scoperto amici tra i più cari.
Sopra tutti ricordo il maestro che ci raccontò la storia delle "cinque W" (Five Ws). Un buon giornalista, ci spiegava,  quando dà una notizia deve soddisfare le cinque W:  Who, What, Where, When,  Why. Ovvero Chi, Cosa, Dove, Come e Perché. Il perché è sempre la domanda più difficile tra le altre ed è ciò che distingue un ottimo giornalista da uno mediocre. Non vanno fatte supposizioni che potrebbero sfiorare in illazioni ma vanno fatte domande alle persone coinvolte. Corrado, questo il nome del nostro insegnante, negli ultimi anni si era dedicato a scrivere di luoghi lontani per un noto settimanale italiano. "Cosa rende la mia storia qualcosa da leggere diverso da quello che potreste trovare in una qualsiasi guida?". Ci spiegò che lui raccontava  il "Will", la sesta W, l'intenzione. L'intenzione era tutto il senso di una storia. Quello che San Tommaso d'Aquino riassume nei suoi 8 elementi, che comprendono oltre che le cinque W anche il "Quantum, Quo modo, Quibus Auxiliis", ovvero il "Quanto, In che modo e Con quali mezzi". Tutto il senso di una storia, di una notizia.

Primavera 2012, Lucca. Lettura di un quotidiano della città. Si informa sulla situazione finanziaria di una nota attività commerciale intramoenia. Un'attività tra le più serie appartenente a una delle famiglie storiche della città cintata, che fonda la sua fama sulla serietà, sulla dedizione al cliente, sul modo di essere commercianti come lo si era una volta, chiedendo come stanno i propri cari, creando un legame di fiducia con la propria città e con i cittadini. Lungi da me disquisire sulla deontologia del giornalista ma questa notizia a pieno pagina mi colpisce e mi rimanda a quel lontano 2006, a quelle lezioni teoriche, a quegli insegnamenti, a quel modo di fare giornalismo. Quando ci spiegavano , a noi 30 giovani studenti, che dietro una notizia c'erano delle persone. Degli amici, dei genitori, dei vicini di casa, dei colleghi. Forse non i nostri ma quelli di qualcun altro e non per questo meno tutelabili. Quando ci spiegavano che se devi fare un articolo pieno di numeri, di dati, devi ricordare che dietro quei numeri ci sono delle persone per i quali hanno un peso, quei numeri, ogni giorno. Quando ci spiegavano che dietro un'attività che si conclude, c'è la fatica di una vita di tante persone, di tante famiglie. Ci sono giorni in cui non si sono andati a prendere i figli a scuola, perché bisognava aprire presto il negozio, ci sono domeniche passate senza i propri familiari perché bisognava pensare all'attività, ci sono feste di compleanno festeggiate giusto in tempo perché bisognava provvedere alla pianificazione dei lavori e tanto da fare. Ci sono bambini che aspettano che i genitori non finiscano troppo tardi di lavorare per stare un po' insieme. Ci sono nottate di soci passate a pensare a soluzioni ossigenanti la propria.....userei il vocabolo "attività" ancora una volta, ma forse dovrei dire "vita". Sì, di tutta una vita. A me, a noi 30 giovani hanno insegnato tutto questo.
E Corrado, ha stampato a chiare lettere nella nostra mente il senso di tutta una storia, il dovere di un giornalista, il Will, la priorità di fare informazione, la necessità di fare informatio, di dare forma alla mente delle persone, di dar loro gli strumenti per capire le motivazioni, le conseguenze, le volontà successive, per dar loro una notizia che diventi bagaglio del proprio vissuto, risorsa alla quale poter accedere qualora si dovessero trovare in una situazione simile. Manca una parte di notizia su questa pagina di cronaca della città ma per quanto la mia penna non sia importante quanto quella dei più emeriti giornalisti, diciamo una Bic paragonata alle Mont Blanc di qualcun altro, voglio far sapere ai "Chi" di questa manchevole notizia che la città sa. C'è una stoffa di persone, di commercianti amici, di persone comuni che conoscono quello che non è stato raccontato. Che sono la memoria storica della città, che può essere letta nei racconti scambiati a voce. Che non si pubblica sulla carta stampata un giorno l'anno, ma che si trasmette ora dopo ora, giorno dopo giorno, mese dopo mese. Che è indelebile.
Traendo spunto dalla letteratura per ragazzi, Robin Hood sarebbe stato solo un furfante se qualcuno non ci avesse raccontato il perché e la volontà del fatto. Invece è un personaggio  che incarna l'eroe positivo. E' tutto il senso di una storia. Lo direbbe Corrado e, con permesso, avvicinando il mio nome al suo, lo dico anch'io. Un'ex studentessa di giornalismo, una cittadina di Lucca, un'amica, una collega, una trasmettitrice della parte di racconto mancante.
Laura Grassi

giovedì 17 settembre 2009

Ritorno ad Itaca- Arte in Lucca

Tanto è stato scritto, ma poco è stato detto di questa mostra contemporanea che ha animato le stanze dell’ex- Real Collegio di Lucca, per ben quindici giorni.E dire, si rende proprio necessario a celebrare la fine di un percorso che ha fatto partire 45 novelli Ulisse, dopo una lunga battaglia personale, combattuta in ogni dove, per tornare ad Itaca, la terra natia, la patria, la casa.E il cammino è stato lungo e da tutti voluto.Ma il ritorno a casa forse fa sempre trovare cose che non ci si aspettava neanche.E’ stato permesso, per quindici giorni, a visitatori più e meno esperti, più o meno casuali, di passeggiare sotto le volte dell’ex-Real Collegio, incontrando alcuni tra i più nobili esempi della terza e quarta arte: pittura e scultura.Umili figlie dell’arte primaria, l’architettura, si sono fatte meritevoli sostenitrici dell’umiltà dei loro stessi genitori.Ma un’altra arte meno nota e ancor più rara, si poteva osservare passeggiando tra le stanze. Se tempi addietro Edmond De Goncourt avrebbe detto che la cosa che sente più stupidaggini al mondo è probabilmente proprio un quadro al museo, avendo probabilmente ragione, in questa mostra, ogni quadro è stato invece testimone di tutt’altro. Di quella rarissima arte della condivisione, dei continui e benefici scambi culturali tra pittore e pittore, tra scultore e pittore, tra persone, come ci piace definirci, ma ancor meglio, come associati.Associati nel ritorno ad Itaca.Associati nella condivisione di esperienze, nella comunione di intenti, nella nostra visione dell’arte, che speriamo sia la stessa vostra.“Per la mostra?” chiedevano i visitatori a quanti stavano al bancone d’ingresso del l’Ex-Real collegio. “Salga pure le scale”, rispondevamo noi.“C’è appena entrato signore, sa? Li ascolti parlare, guardi i loro volti raccontarsi l’uno all’altro, guardi come si domandano e come attentamente si rispondono, guardi cosa raccontano queste 265 opere. La mostra, proprio questo, la loro Lucca Contemporanea”.Così, forse, avrebbe risposto un quadro, meglio di chiunque altro.
Laura Grassi

venerdì 25 aprile 2008

Intolerance

Torno da una passeggiata mattutina in città, ed eccomi qui a vomitare uno sfogo...

Svegliata all'alba dal suono delle tradizioni italo/lucchesi, che vogliono sì celebrare il 25aprile festa nazionale, ma farlo proprio quando sorge il sole, a suon di tamburi e trombe.
Quel che mi viene in mente è che mancano esattamente 250giorni alla fine dell'anno, e solo 3 all'intervento di mia mamma. Temo entrambi in modi diversi. L'idea di dover passare altri 250giorni (che erroneamente prima ho digitato "gironi"...) in Italia mi terrorizza, e il sentire il tempo battermi le ore all'intervento di mamma altrettanto.

Decido di alzarmi e vestirmi, alla faccia del mio mal di pancia cronico, a ricordarmi ogni giorno (ancora "girono"...) che qualcosa non mi va proprio giù.

Vestito verde di seta. Quello vintage comprato in un negozietto sconosciuto, struccata e nascosta dietro un paio di occhiali da sole, profumata di albicocca e vaniglia, con Rudy al seguito, mi addentro per la città.
E sembra proprio di immergersi in una densa cioccolata. Tutto così amalgamato e corretto. Tutto così prevedibile e scontato. Famiglie con bambini, rumeni in gruppo, stranieri muniti di machina fotografica e di spirito di esplorazione, che quel che urta me, è caratteristico per loro.

I-pod, tecnologia del nostro millennio, salvami. Cantami, o piccolo mezzo tecnologico, le ire di chi come me si è davvero stancato. Random Play e così mi ricordo di non vivere più dentro l' Happy Hour, di non volere che questa sensazione duri un'estate sola e di domandarmi perchè i miei sogni non si sono ancora avverati. Grazie a Ligabue, Negramaro e Annie Lennox. Cammino più forte, sorrido sotto gli occhiali, più con la bocca che con gli occhi. E' uno sforzo del cuore, è una continua visualizzazione di quello che non c'è. Non in assoluto, ma qui.

Anche Rudy mi guarda spaesato, chissà se anche lui si domanda come me e si sente estraneo a quanto lo circonda. Lo prendo in braccio e mi lecca. Unico contatto reale, che proviene da un essere che spesso credo sia più umano di molti.
Se non è il mio passo veloce, è il mio vestito, o il mio cane, o i miei capelli rossi e mossi ad attirare l'attenzione. Sono diventata anche io una piccola attrazione, una di quelle cose da indicare col dito se si è più spavaldi, o da commentare sottovoce se si è più codardi, o semplicemente Italiani.
Io che faccio tutto ciò solo per dichiarare prepotentemente di essere al mondo, di essere in questa piccola città e di volerla abitare, e non di farmi abitare dalle sue consuetudini e buone maniere. Io che credo ci siano milioni di vestiti al mondo che raccontino altrettanti modi di essere, e che non capisco perchè attorno a me vedo le solite scarpe, magliette o tagli di capelli.
Voglio essere me stessa, nessun altro. Voglio avere il coraggio di esserlo, con tutti i miei non-vizi e con la mia rabbia.

Sono intollerante della non tolleranza. Sono la nota fuori dallo spartito e non sta bene. Sono quella per cui ci si porta la mano al viso incontrandola, il giorno dopo una notte passata insieme a raccontarsi. Sono quella che forse non troverà mai, ma che non smette di cercare. Sono quella a cui non si sa cosa dire, a meno che non la si conosca e allora, si sa, che si può e si deve dire tutto.

Mancano ancora 250 “Gironi” alla fine dell'anno. Spero gli altri siano meglio di questo, che porta il nome di una liberazione che purtroppo sembra ancora molto lontana.