mercoledì 29 giugno 2011

RICORDA


Ricorda di continuare. Non importa quanto ti sei fatto male, continua. Bendati il cuore con qualche parola e fallo tornare a battare, ancora una volta. Cadi e cadrai ancora, e quello che puoi imparare è come trovare l'equilibrio per non cadere o per cadere meno forte. Non fingere mai di essere qualcun'altro. Puoi essere solo te stesso perchè se non sai chi sei, come potrai trovarti riflesso in qualcun'altro? Libera, le idee, il tuo cuore, l'amore, non trattenerli dentro te ma lasciali andare. Sorridi più spesso. Impara a sentirti felice per quello che sei. Non aspettare, niente in cambio. Se l'avrai sarà un dono prezioso, qualcuno che ha capito chi e cosa sei. Non dipendere dalle emozioni di chi affidi il tuo cuore. A loro è dato sentirne il battito, avvicinarcisi piano, ma batte solo per volontà tua. Nessuno può fermarlo davvero. Non chiederti come sarà domani o se sarà come ieri. Vivi nel tempo presente. Gioisci di tutte le gioie del mondo e vivile intensamente. Non avere paura se non verrai compreso, ma non negare a te stesso di essere quel che sei. Non sentirti mai solo. Appoggia la mano sul cuore. Batte ancora, per chi c'è stato e per chi ci sarà, ma soprattutto per te stesso. Cercati e quando ti sarai trovato sorridi. E vivi, ricorda. Vivi.

Laura Grassi
Good at life girls 2007

venerdì 10 giugno 2011

Ogni volta che avete baciato, lo sapevate che....?

C’erano gli anni ’80 e i caldi pomeriggi d’estate in famiglia, quelli in cui tutti dormivano, in cui con l’aiuto complice del cugino coetaneo si sottraeva alla cugina maggiore, quella che ai tempi era considerata la Bibbia degli adolescenti: il Cioè. Noto settimanale sul quale vi si potevano leggere, tra un consiglio sul lucidalabbra migliore e le lettere indirizzate ai vip di turno, le più elaborate teorie e tecniche dei primi baci. Ovviamente muniti di mela alla mano che, vista l’ora pomeridiana, in caso di coglimento in flagrante da parte dei “grandi”, si poteva sempre facilmente spacciare come salutare merenda. Erano appunto gli anni ’80 e se con me, alcuni dei miei coetanei si approcciavano al primo bacio, eravamo tutti ben lontani dal conoscere la storia e i significati che nei secoli dei secoli il bacio aveva incarnato.

Gli storici ci fanno sapere che si possono rintracciare le prime forme di bacio sin nella preistoria, quando le prime mamme dopo l’allattamento usavano passare attraverso la bocca il cibo ridotto in piccole ai parti ai propri figli, i quali, sprovvisti di denti, sarebbero stati impossibilitati a nutrirsi. E da qui possiamo dedurne l’origine latina di basium, aprire la bocca appunto. Un baciarsi per dare, dunque.
Si arriva poi al medioevo quando i cavalieri di ritorno dalle battaglie erano soliti baciare le proprie mogli per verificare se queste avessero bevuto del vino, cosa allora proibita, in loro assenza. Un baciarsi per verificare un rispetto, dunque. Oltre che nel tempo, il bacio si è diffuso anche nei luoghi ed è ad oggi una forma praticata dal 90% della popolazione mondiale, anche se con significati diversi. Escludendo infatti il bacio con valenza prettamente erotica, solo il 50% della popolazione mondiale usa il bacio come forma di comunicazione. Escludendo ovviamente lo strofinarsi dei nasi tipico degli Eschimesi o il bacio simulato ma rigorosamente a debita distanza dei Giapponesi, i Russi erano soliti fino a qualche decennio fa salutarsi con un bacio sulle labbra, anche tra uomini e di baci simili ne troviamo testimonianza persino nella Divina Commedia, dove Dante viene baciato da Virgilio in un momento di forte emozione.
Questa traversata tra i secoli e gli spazi ci testimonia che il bacio è una delle forme di comunicazione prediletta per trasmettere affetto, fratellanza e comunione. E’ ciò che si manifesta appena incontriamo e appena lasciamo una persona cara, a testimonianza fisica di una condivisione. E’ anche però incarnazione di rispetto, come può esserlo il bacio mafioso o camorristico, scambiato tra membri di uno stesso clan a suggellare una condivisione di spregevoli intenti. Oppure anche di onorificenza, come il bacio accademico dato dal preside di facoltà al laureato con lode e pieni meriti. Oppure ancora, di cortesia come il baciamano, oggi in disuso, da parte dei galantuomini alle signore per evitare un contatto diretto che fosse poco rispettoso della persona. E da questa indagine non si esime anche la poco nota ma alquanto simpatica “Sindrome del Baciatore”, che consiste in una forzatura del collo inclinato a destra, come da posizione prediletta dalla maggior parte dei baciatori, questa volta, a comunicazione di ben altro che affetto.

E chissà se la prossima volta che vi ritroverete a baciare qualcuno, qualcuno di questi aneddoti vi passerà per la testa, oppure perché no, chissà se userete uno di questi aneddoti come ottima scusa per farvi baciare. Meglio comunque provarci ad ore pasti. Male che vada, vi resta sempre la mela.



Baci

Laura Grassi

da BIG KAKUNA (monologo)

Goditi potere e bellezza della tua gioventù. Non ci pensare.
Il potere di bellezza e gioventù lo capirai solo una volta appassite.

Ma credimi tra vent'anni guarderai quelle tue vecchie foto.

E in un modo che non puoi immaginare adesso.



Quante possibilità avevi di fronte

e che aspetto magnifico avevi!

Non eri per niente grasso come ti sembrava.



Non preoccuparti del futuro.

Oppure preoccupati ma sapendo che questo ti aiuta quanto masticare un chewing-gum per risolvere un'equazione algebrica.



I veri problemi della vita saranno sicuramente cose che non ti erano mai passate per la mente, di quelle che ti pigliano di sorpresa alle quattro di un pigro martedì pomeriggio.



Fa' una cosa ogni giorno che sei spaventato: canta!



Non essere crudele col cuore degli altri.

Non tollerare la gente che è crudele col tuo.



Lavati i denti.



Non perdere tempo con l'invidia: a volte sei in testa, a volte resti indietro.

La corsa è lunga e, alla fine, è solo con te stesso.



Ricorda i complimenti che ricevi, scordati gli insulti.

Se ci riesci veramente, dimmi come si fa...



Conserva tutte le vecchie lettere d'amore,

butta i vecchi estratti-conto.



Rilassati!



Non sentirti in colpa se non sai cosa vuoi fare della tua vita.

Le persone più interessanti che conosco a ventidue anni non sapevano che fare della loro vita.

I quarantenni più interessanti che conosco ancora non lo sanno.



Prendi molto calcio.



Sii gentile con le tue ginocchia,

quando saranno partite ti mancheranno.



Forse ti sposerai o forse no.

Forse avrai figli o forse no.

Forse divorzierai a quarant'anni.

Forse ballerai con lei al settantacinquesimo anniversario di matrimonio.

Comunque vada, non congratularti troppo con te stesso,

ma non rimproverarti neanche: le tue scelte sono scommesse,

come quelle di chiunque altro.



Goditi il tuo corpo,

usalo in tutti i modi che puoi,

senza paura e senza temere quel che pensa la gente.

E' il più grande strumento che potrai mai avere.



Balla!

Anche se il solo posto che hai per farlo è il tuo soggiorno.



Leggi le istruzioni, anche se poi non le seguirai.

Non leggere le riviste di bellezza:

ti faranno solo sentire orrendo.



Cerca di conoscere i tuoi genitori,

non puoi sapere quando se ne andranno per sempre.

Tratta bene i tuoi fratelli,

sono il miglior legame con il passato

e quelli che più probabilmente avranno cura di te in futuro.



Renditi conto che gli amici vanno e vengono,

ma alcuni, i più preziosi, rimarranno.

Datti da fare per colmare le distanze geografiche e gli stili di vita,

perché più diventi vecchio, più hai bisogno delle persone che conoscevi da giovane.



Vivi a New York per un po', ma lasciala prima che ti indurisca.

Vivi anche in California per un po', ma lasciala prima che ti rammollisca.



Non fare pasticci con i capelli: se no, quando avrai quarant'anni, sembreranno di un ottantacinquenne.



Sii cauto nell'accettare consigli,

ma sii paziente con chi li dispensa.

I consigli sono una forma di nostalgia.

Dispensarli è un modo di ripescare il passato dal dimenticatoio,

ripulirlo, passare la vernice sulle parti più brutte

e riciclarlo per più di quel che valga.



Ma accetta il consiglio... per questa volta.

domenica 5 giugno 2011

C'era una volta Babbo Natale

C’era una volta. Anzi, c’erano quattro volte. Quattro magici anni in cui l’incredibile ha preso vita, tra le mura di una delle ultime case appartenenti alla città di Lucca. Un numero 3841. Un numero che molti ricordano perché proprio lì, nella casa riportante questo numero in anni recenti sono accadute cose strepitose che ancora oggi molti cittadini, per non dire, italiani, ricordano.


C’era una volta una signora dal cuore grande con una grande passione: il Natale. Per lei il Natale aveva ancora quel significato che purtroppo vedeva perdersi in ciò che la circondava. Quel dare, per far riflettere, per invitare a dare a tua volta, per imparare a ricevere. Così, grazie a tutta questa passione, decise di allestire parte della sua casa come fosse la vera casa di Santa Claus, a noi meglio conosciuto come Babbo Natale. Dopo che ebbe terminato l’impresa però si rese conto che mancava la cosa più importante, lui: Babbo Natale. Ma se è vero che quando magie devono accadere, qualcuno ti aiuta, quel qualcuno mise sulla strada verso casa della gentile signora un altrettanto gentile signore, diventato amico negli anni che…era proprio Babbo Natale!

La casa c’era, Babbo Natale anche, serviva qualche folletto arruolato tra qualcuna della sue giovani figlie e tutto era pronto. Non restava che aprire questo luogo magico ad amici e parenti. E così fu, se non che la generosità di questa signora colpì un amico giornalista in visita che a sorpresa scrisse un articolo che fece il giro delle case della nostra città e di lì a poco erano centinaia le persone che ogni giorno volevano visitare la “casa di Babbo Natale”. Così passò un anno ed entusiasta della missione compiuta la signora, ormai chiamata, “regina del Natale”, nonostante l’enorme fatica che quella realizzazione comportava, decise di rendere tutto ancora più meraviglioso e grande per permettere a sempre più persone di poter visitare quel luogo e di rimanere contagiati dal buon spirito natalizio. Così fu e l’anno seguente erano migliaia le persone in visita alla casa ogni settimana e non più provenienti solo dalla nostra città, venivano infatti da Firenze, Livorno, Napoli, Milano e addirittura dalle isole! La notizia di quanto stava accadendo a quel numero 3841 stava facendo il giro dell’Italia. La generosità della regina del Natale era manifesta a tutti. Erano tante le persone impiegate nella realizzazione di quel magico mondo e tutti lo facevano volontariamente, per mesi e senza voler nulla in cambio. Nulla era anche quello che era richiesto ai visitatori…se non il permettere di farsi ispirare dai buoni sentimenti che abitavano le stanze della casa. E accadde tutto ciò. Accadde che bambini, in attesa verso la casa di babbo natale, raccontavano di loro alla gentile signora,ai folletti, così come facevano anche i genitori, che spesso si commuovevano ricordandosi di quanto avevano dimenticato. E si colorava insieme, si disegnava, si scherzava coi folletti dispettosi e si raccontavano storie che si erano perse nel tempo. Gli anni passavano e la gioia della regina del natale cresceva, così come però lo sforzo e l’impegno nel realizzare quell’impresa che era andata ben oltre l’immaginazione di ogni folletto. Furono molti che bussarono alla porta di quel numero 3841, proponendo la loro collaborazione a patto di snaturare un po’ il tutto, ma la signora non era disposta a barattare i buoni sentimenti, l’ispirare le persone con dei risvolti commerciali che avrebbero stravolto il senso di quel che faceva. Per cui ancora una volta, forte dell’aiuto dei suoi amici e parenti, si diede da fare lungamente per realizzare la magia della casa di Babbo Natale. Però accadde che la regina del Natale, all’inizio dell’ultimo di quei quattro anni di magia si ammalò di un brutto male. Avrebbe dovuto riposare e prendersi cura di sé. “Mi prendo cura di me, prendendomi cura degli altri”, rispondeva lei e allora la magia accadde di nuovo, la casa si animò ancora una volta di volti di persone, bambini, nonni, amici e lei ogni pomeriggio, li salutava un po’ prima perché delle brutte terapie l’attendevano. Non lo raccontò mai a nessuno dei visitatori, non lo raccontò neanche gli anni successivi che la magia di quella casa non potè ripetersi perché era troppo debole e per cui molto triste.
Però magie erano accadute in quegli anni. Le sue tre figlie, ognuna con il proprio particolarissimo modo, portano avanti la stessa magia imparata negli anni della casa di Babbo Natale, quando la regina del natale aveva sempre un sorriso per tutti, un abbraccio, un racconto o anche solo il saper ascoltare. E non solo su di loro ricadde la magia della regina del natale, ma sui tanti visitatori, sui tanti bambini, sulle tante famiglie, sui tanti amici. E forse continua a ricadere anche su voi che leggete e forse incominciate a credere che tutto può accadere, basta solo volerlo, pronunciare un “c’era una volta” e che la magia abbia inizio.

Buon compleanno regina del Natale. Buon compleanno mamma.

Parole, parole e non solo

Causa sviluppo di nuove tecnologie che mi hanno portata a far passare a miglior destinazione il mio vecchio cellulare aziendale, il quale grazie al riciclaggio potrei probabilmente trovare trasformato in gruccia o un phon per capelli nel giro di qualche mese, nel mezzo di questo trapasso mi sono ritrovata nel menù generale dello stesso. Una schermata molto limpida a esalare le sue ultime comunicazioni prima del saluto finale: 40 giorni. Cosa , 40 giorni? Il tempo trascorso al telefono da quando possedevo quel cellulare. 40 giorni. Imponendomi un sorriso di gratitudine alla piccola tecnologia così lungamente al mio fianco, appena dopo il saluto finale e la rimozione della SIM card, ecco che penso alla cosa più importante: 40 giorni. E nessuna conversazione che riesca a ricordare per una durata superiore ai 20 minuti. C’era davvero bisogno di impiegare 40 giorni per comunicare e ricevere tutte le comunicazioni fatte? Così ripenso in un batter d’occhio (devo recuperare tempo) a quanto imparato lungo i miei percorsi formativi. E penso a lui. Il genitore della comunicazione: Paul Watzlawick. Fù proprio Paul, che nel lontano 1967, dal lontano nuovo continente, dava vita al capostipite degli assiomi della comunicazione: “E’ impossibile non comunicare”. E facendo sempre un breve (sempre causa recupero tempo perso) excursus canoro tra il repertorio della “tigre di Cremona”, ricordo che la comunicazione và ben oltre ciò che cantava lei, in uno dei suoi brani più conosciuti. Le Parole infatti, influiscono solo per un 7% su quanto viene recepito a seguito di un messaggio vocale, mentre Volume, Tono e Ritmo contano per un 38%, appena sotto i Movimenti del Corpo, che la fanno da padroni con un 55%.


Certo impedimenti spaziali portano a obbligate comunicazioni verbali, scritte o parlate che siano, ma nel resto dei casi, studi sulla comunicazione ci fanno sapere che si riesce a ottenere meglio e prima il passaggio di un messaggio, attraverso tutto il restante tipo di repertorio comunicativo che un telefono esclude.

E le parole non sempre aiutano inoltre. Spesso anzi, sono in contrasto con quanto i nostri gesti, la così detta cinestesica, comunica. Mi viene in mente l’espressione più usata da alcune donne “Caro, dobbiamo parlare”, che credo potrebbe essere usata come monito ai lavoratori di imprese coloniche e Roma si sarebbe fatta in un giorno, pur di evitare quel tanto apparentemente gentile dialogo. Per cui sì alla comunicazione paraverbale, sì alle espressioni del viso, sì ai gesti, sì soprattutto all’ascolto che trascendendo i principi della comunicazione è alla base di qualsiasi soluzione strategica. E forse, la prossima volta che vi ritroverete a dialogare al telefono, in corsa verso quei 40 giorni, la prossima frase che vi verrà da dire potrà essere “ci vediamo appena possiamo?”. Un paio di ore, le risparmierete di certo.



Laura Grassi

Eppure mi hai cambiato la vita

Anche se non te lo aspetti, può succedere di tornare a casa una sera e di trovare la cassetta della posta che ti invita a prendere la lettera che sbuca dalla sua apertura. “Un’altra bolletta, è già passato il bimestre?” pensi tra te e te, stanca della lunga giornata che hai avuto. Ma no, niente di tutto ciò. La lettera è una busta su cui non c’è neanche attaccato il francobollo e prima che tu possa pensare “stalker” o “Comune”, la calligrafia che ti si presenta davanti agli occhi ti racconta una storia. Una bambina. A scrivere è una bambina, con i pastelli a cera, intuisci, che tra le tante righe della carta ti racconta di sé. “Mamma dice che tu sei la fatina dei libri e mandi via i mostri la notte”. Parole dopo parole, disegni, faccine e un post scriptum di mamma “ Sei un’ispirazione, grazie fatina”. Ok, sicuramente neanche alla bolletta più alta della storia della privatizzazione del Gas avresti pianto così tanto. Bambina di 6 anni batte bolletta astronomica. Ti siedi sul divano di quella che non sai come, vista l’alta marea oculare, hai raggiunto mentre salivi le scale e che chiamasi casa. E pensi. Che forse si debba avere 6 anni per riuscire ad avere il coraggio di fare cose così? Di dire a una persona che qualcosa che ha fatto è stato d’ispirazione e che ti dato una nuova prospettiva. No. Io non credo. Credo però che si possa scegliere di rischiare: di apparire stupidi, di apparire insensati, di apparire incoscienti. Si può rischiare di mandare delle lettere, di guardarsi senza dirsi niente, di prendere dei pastelli e fare quello che ha fatto quella bambina a soli 6 anni. Rischiare di portare delle arance a un amico ammalato, di fare un regalo che lo riporti bambino, di raccontare di se cose che non diremo a nessuno. Ma a lei, lui, loro sì. Perché …eppure…ci hanno cambiato la vita. E servissero tutti i pastelli a cera del mondo, meritano di saperlo. Perché poi la vita quotidiana è fatta di quella posta fatta di bollette e lettere indirizzate proprio a te e al tuo conto in banca, nere su bianco, nessun colore e tra una e l’altra è bello poter sorridere pensando che quella lettera a pastelli c’è stata e che ha cambiato per sempre il tuo modo di guardare alla cassetta della posta. E di saper salire le scale mentre ti soffi il naso.




Laura Grassi

Es, Io, Super-Io e....Facebook?

A oltre 150 anni dalla nascita del Professor Freud, “ai tempi d’oggi” per dirla con un’espressione tipica dei nostri adulti osservatori o “alla luce dei fatti”, viene da chiedersi se il padre della psicoanalisi non avrebbe rielaborato le sue teorie sulla struttura dell’inconscio. Allora era il 1910 e per il neurologo austriaco la nostra mente inconscia era abitata da tre entità: Es, Io e Super-io. L’io, altresì detto Ego veniva considerata la struttura a bilanciamento dell’Es più animale e del Super-Io più morale ed etico.


Questo era il 1910 appunto. Cosa sarebbe successo se quella stessa teoria fosse stata elaborata dopo il 2004? Cosa è successo nel 2004, vi starete chiedendo? E’ accaduto una cosa che riguarda la maggior parte di noi, quotidianamente: è nato Facebook. E fa la differenza. Si perché oltre all’Es, Io e Super-io, forse viene da pensare che si possa ipotizzare una quarta identità: Faccia-Bit?? E forse questa stessa identità potrebbe essere un mix quando più equilibrato e quando meno delle precedenti strutture firmate Freud. Quando potrebbe inoltre dotarsi di straordinari poteri del mondo che l’ha generata e diventare quello che in realtà le altri tre parti non sono. C'è che non lo sapremo mai fino alla nascita del prossimo luminare e nel frattempo, forse ha ragione il mio migliore amico. Tre parti di inconscio con cui avere a che fare sono più che sufficienti e quello che siamo davvero, non lo si può ritrovare tra i bit. Almeno per ora...



Laura Grassi