domenica 5 giugno 2011

Aiutereste mai uno sconosciuto?

O sconosciuta. Aiutereste mai uno sconosciuto o una sconosciuta? E’ la domanda che mi sono posta nelle ultime frenetiche settimane di slalom tra pedinatori, aspiranti borseggiatori e molestatori.


Ebbene sì, la città è piccola (Lucca) ma non per questo sprovvista degli ultimi modelli dei più sofisticati e tecnologizzati aspiranti stalker. Mi permetto di usare un tono provocatorio sottointendendo un ovvio supporto a tutte le persone che hanno avuto a che fare con questi ceffi. Una di quelle persone purtroppo, sono stata anch’io recentemente. Andiamo per ordine:

Caso 1: “L’addocchiatore al supermercato”. Sappiate che può capitare, facendo una tranquilla spesa al supermercato, tra tovaglioli e dentifrici, di imbattersi in qualche signore il cui scopo del tour sia lungi dall’attenzione all’offerta del mese, quanto nel capire se l’offerta del giorno possiate essere voi. Non importa se cerchiate o meno di nascondervi dietro le casse di acque naturali. Lui, vi troverà e vi sorriderà, senza la parvenza di un acquisto in mano, perché l’unica cosa che vorrebbe in quel momento è anche l’unica che non può comprare: Voi. E qui, si chiede aiuto. Io l’ho chiesto a un ragazzo in coda a una delle casse. “Un uomo mi sta seguendo insistentemente, ti dispiace se parliamo facendo finta di conoscerci?”. E ha funzionato. Anzi, il gentilissimo innocuo ragazzo in questione ha atteso che pagassi alla cassa e mi ha riaccompagnata fino al parcheggio, sotto gli occhi dell’uomo che aveva ormai capito non c’era più niente da fare.

Caso 2: “L’aspirante scippatore”. Sappiate che può capitare anche questa, di tornare da una cena in centro in compagnia di un’amica, ad un orario consono anche a Cenerentola, e che proprio nel mezzo del cammin si avvicini un giovane alle spalle. E può anche succedere che capiti di pensare “Avrà visto la città deserta, vorrà camminare in compagnia” e può succedere anche di sbagliarsi alla grande quando questo ipotizzato timoroso giovine allunghi le sue mani sulla borsa dell’amica che, militare, sappia benissimo come reagire a differenza della sottoscritta pronta a sfoderare un passato da soprano lirico. Esclamazioni e grida a profusione, fuga senza malloppo del giovane e “tutta nostra la città…un deserto che conosco”, non una finestra che si sia aperta, non un lontano passante che si sia avvicinato, non un telefono preso in mano dalle decine di segnalatori di schiamazzi notturni. Niente. Il vuoto. Zero.

Caso 3: “Il pedinatore ferroviario”. Se Calvino fosse stato presente, avrebbe modificato il suo celebre romanzo in “Se una notte di primavera una viaggiatrice”. Firenze-Lucca. Che però andrebbe letta col tono di una “Milano-Palermo” poiché, i treni regionali dopo le 9 di sera tendono notevolmente a spopolarsi e può succedere che da provvidenti viaggiatori solitari decidiate di scende dal vostro vagone fantasma a ogni fermata, risalendo su uno più popolato. Ottima idea, la stessa cosa la fa anche un uomo. Stessa identica. Sedendovi sempre nel sedile retrostante, cercando però di nascondersi e non farsi notare. Escludendo paranoie, le sue intenzioni sono evidenti. Così chiedo supporto a un distinto signore prossimo a scendere alla mia stessa fermata, in quanto temo per la traversata del sottopassaggio in solitaria. Scese le scale del binario, prossimi all’inzio del sottopassaggio il distinto signore mi fa sapere che lui non fa la mia stessa strada e “mi dispiace”. Terrore. Panico. Superpoteri: corsa rapidissima e allontanamento istantaneo dal pedinatore, ovviamente sceso anche lui alla mia stessa fermata.
Dunque. Un aiuto, l’indifferenza, la noncuranza. Mi chiedo. Voi aiutereste mai uno sconosciuto che vi chiede aiuto? Oppure quello che ci raccontano i giornali e notiziari sta facendo improvvisamente diventare quest’Italia unita sotto un velo di noncuranza che si raccontava solo essere tipico della pianta dello stivale?

A voi, la soluzione dei casi…



Laura Grassi

Voi speriamo che ve la caviate

Recente la notizia passata su tutti i TG nazionali che in una scuola di Vicenza, un professore di storia, abbia contestualizzato una sua lezione sul fascismo facendo cantare “faccetta nera”. Recente e scandalosa. Oltraggiosa. Inammissibile. La mia riflessione non vuole andare a toccare la politicizzazione che alcuni professori possono fare o meno delle proprie lezioni, ma di come questi invece possano al giorno d’oggi fare o meno i professori. “Voi speriamo che ve la caviate”, mi viene da dire parafrasando un meno recente film di indagine scolastica. E speriamo davvero, perché noi ragazzi degli anni ’80 ce la siamo cavata ma a renderlo possibile sono stati anche proprio i nostri professori. Diplomata in una scuola made in brianza, ricordo ancora benissimo alcuni dei miei insegnanti e le loro lezioni. “Very politically scorrect”, si direbbe ora e altro che passaggi sui TG nazionali. Il nostro professore di italiano si presentava la maggior parte delle volte con le mani sporche di terra (aveva un orto) e col fil di ferro in tasca (costruiva il recinto per l’orto). Il suo programma di studi credo non sarebbe stato approvato da nessun Ministero se non quello de “la vita reale”. I poeti che ci faceva studiare erano tra gli altri Carmen Consoli, nota cantante siciliana e molti tra i più noti registi cinematografici italiani. Le lezioni erano quasi sempre in aula proiezione. E voleva prendessimo appunti. “Ragazzi, è con il cinema che si denunciano i soprusi, si è iniziato negli anni ‘40”. Noi lo prendevamo in giro, sempre un po’ sopra le righe. Pronto a non risparmiarci il suo brianzolo“ l’è un capiss nagott” (trad. “quello lì non capisce nulla”), riferito al politico che di turno veniva eletto. Ed era anche pronto a dirti che quel “nagott” non l’avevi capito neanche tu se decidevi di iscriverti a quella che secondo lui era la facoltà universitaria per la quale tu non eri fatto. E non c’era nessun regolamento, nessuna direttiva, nessun decreto che bandisse queste sue parole. Quel che credo, è che dietro quel suo modo alternativo di fare lezione, dietro quello che forse c’è in quello di alcuni professori di oggi, ci sia il trattare i ragazzi da adulti. Il credere che siano grandi abbastanza per capire da soli cosa gli venga detto, in che modo e valutarlo. Oggi più che mai, dove l’accesso al mondo web avviene da giovanissimi, dove da altrettanto giovani si viene a contatto anche con il mondo reale fatto di fatti. Concentrandoci meno sulla caccia alle streghe armate di registro, si tratta di fornire ai ragazzi quanto più ampio e vario materiale possibile per far sì che, speriamo, se la cavino.




Laura Grassi

La vita secondo Super Mario

Mario, semplice e genuino idraulico, piccoletto e cicciotello, alle prese con mostri di ogni tipo, intento ad attraversare mondi dalle mille sfaccettature, mosso dal voler salvare la sua amata principessa. Se Dante ci ha cantato ciò che accade alle anime dopo la morte nelle sue tre cantiche, possiamo dire che Shigeru Miyamoto, designer giapponese di videogiochi, ci ha raccontato quello che accade nelle nostre vite ogni giorno. Persone comuni, alle prese con le difficoltà più impensabili, con una meta da raggiungere. E se a Mario accadono delle cose meravigliose che sono in grado di renderlo più “grande”, veloce o potente, così accade anche a tutti noi nella vita, e ciò che nel videogioco assume le spoglie di un fungo, di una stella o di una moneta, sono per noi avvenimenti positivi, che si fissano nella nostra memoria e che sono in grado di darci una “botta di energia”. Si, perché la barrettina colorata a margine schermo la abbiamo anche noi, lì pronta a ricordarci il nostro livello di energia, in continua oscillazione a seconda di ciò che incontriamo lungo nostro cammino. Fungo o pianta velenosa, lo abbassano notevolmente, ma il coraggioso Mario fa tesoro dell’esperienza e impara che dai tubi possono uscire dentelli affilati, così come noi possiamo trovarci di fronte a ostacoli, quando una situazione non è chiara. A noi però, il livello di energia non sempre è dato saperlo. C’è chi infatti ricade sempre nel solito errore, diminuendo la sua forza ogni istante di più e ostinandosi a voler scendere in tubi che non ci porteranno mai da nessuna parte. Mario, alle volte la sa più lunga di noi, e ci dice che tutto è possibile se si ha coraggio e se si procede con consapevolezza. Addirittura le scivolate hanno la loro funzionalità e ci fanno sapere che siamo in grado di passare sotto “quadrati di ghiaccio”, contro i quali altrimenti sarebbe inevitabile scontrarsi. E tanto quanto era difficile trovare la combinazione giusta di tasti per realizzarle, così è per noi l’attuazione delle scivolate coscienziose. Ci sono poi i livelli, capitoli della nostra vita, da concludere come condizione senza la quale non si può passare a quello successivo. Si può però premere pausa, cosa che a noi non è possibile, non c’è modo di mandare indietro il gioco, ma è proprio questo che rende ogni partita unica e diversa dalle altre. Andando avanti, attraverso i vari mondi, Mario imparava a travestirsi e a rendersi personaggio protagonista in un mondo che all’inizio sembrava non appartenergli. Così lo abbiamo visto trasformarsi in pesce, in rana, in volatile, riuscendo a sfruttare al massimo le potenzialità di quella condizione. Così facciamo noi, o meglio, dovremo imparare a fare, riuscendo a utilizzare gli aspetti positivi di ogni situazione alla quale siamo inizialmente estranei. Mario, a differenza nostra era però dotato di un libretto di istruzioni in cui ogni avversario era catalogato e in cui veniva spiegato come affrontarlo. Quanti di noi hanno letto quel libretto e quanti invece si catapultavano a giocare, scervellandosi ore su come “eliminare” uno dei cattivi? Forse il DNA umano in questa condizione aveva la meglio e ci reclamava al voler trovare una soluzione, che non fosse già stata scritta per noi. C’era poi chi per affrontare questi cattivi chiedeva consigli agli amici, confrontandosi sui vari modi in cui avevano tentato di sconfiggerli. Proprio come si fa nella vita reale, chiedendo consigli e provando ad attuarli. Qualcuno però, tra i più tecnologici, sapeva una serie di codici che ti permetteva di arrivare direttamente all’ultimo livello. Ma dopo un compiacimento iniziale, si accorgevano subito di non avere acquisito l’esperienza necessaria per affrontare tutto quel caos dell’ultimo livello. Così nella vita non si può barare, non si può saltare alla fine, e tutto quello che incontriamo lungo il cammino ci serve per poter avanzare più consapevoli, giorno dopo giorno. Ma arrivati quasi alla fine, Mario, ci insegna ancora una cosa, che non si fa da soli ciò che si potrebbe fare in due, ed ecco apparire Luigi, fratello di Mario, pronto ad aiutarlo e fare le sue veci. La meta, la principessa Peach, ma forse, ancora una volta, non sarà questa a renderlo e renderci felici, ma il ricordo delle avventure vissute per arrivare fin lì. A tutti voi, Buona Partita.
 Laura Grassi


mercoledì 29 settembre 2010

Quel gran genio di Anne Tyler

"Quando esce un nuovo romanzo di Anne Tyler bisogna lasciar perdere tutto e comprarlo subito. E naturalmente leggerlo." Così sentenzia Nick Hornby, scrittore inglese contemporaneo, conosciuto per romanzi come About a boy e Alta fedeltà.
Ma torniamo a lei, la donna vincitrice del Premio Pulitzer per la narrativa nel 1989 con Lezioni di respiro. Americana, con all'attivo oltre 20 romanzi, la Tyler è una ricamatrice di ritratti familiari di eccezionale talento e di questo ne sono a testimonianza i premi che ha ricevuto. Cosa dicono invece i lettori? Hornby a parte, che ci dice essere la sua scrittrice preferita, chi inizia a leggerla, non può fare altro che cadere nella così detta "Sindrome Tyler". Fase 1: si compra un suo libro, ce lo si fa prestare, lo si prende in biblioteca, poco importa, ma si ha in mano l'oggetto dal quale si dipenderà per i prossimi giorni, oppure ore, per i più ingordi.
Fase 2: lettura. Sospiri. Stupore. Lettura. Sospiri. Risate. Stima. Lettura. Fase 3: si compra un altro suo libro.
Sì, perchè la Tyler crea una dipendenza da parole stampate di quelle ormai rare a trovarsi negli scrittori contemporanei. Riesce in modo sublime a descrivere i personaggi e le relazioni che li legano, tanto da credere che abbia assistito in modo più o meno diretto, a tutte le storie che racconta nei libri per la maestria con cui riesce a raccontarle. Ma non abbiamo modo di saperlo. Lei infatti è tutt'altro che una scrittrice da copertina, da intervistare in ogni dove. Vive a Baltrimora  e non ama spostarsi per rilasciare interviste o promuovere i suoi libri. E va bene così. Continua a dare il meglio di se pagina dopo pagina, romanzo dopo romanzo, personaggio dopo personaggio, dando vita a una generazione tsregata dai suoi libri, assorta a leggerli in coda al supermercato o mentre camminano sul lungomare.
Laura Grassi
PS. cercasi disperatamente Lezioni di Respiro,la Fase 1 si avvicina....

martedì 28 settembre 2010

"Basta un gesto, una frase e finisci dentro un racconto..."

E’ che io sono sempre dall’altra parte. Io sono la scrittrice, io sono quella che si lascia affascinare dalla Musa. I miei colleghi, scrittori, musicisti, artisti lo sanno come funziona. Basta un gesto, un’espressione, una frase e la persona che ti è vicina finisce dentro un racconto, una canzone, un quadro. E se quello che ti ha regalato ti affascina, la fai restare lì con te la Musa. E ti innamori. Di un profumo nell'aria, di un gesto e purtroppo alle volte anche di una persona. E sono amori strani, solo gli artisti capiscono. Sono amori che non muoiono e non nascono mai. Sono amori verso l’ispirazione, che si consumano nella penna, nel colore, nel suono.  E poi a un tratto finiscono. Sono passati. Li rivedi e non sono più loro. La Musa li ha lasciati, li vedi solo per quello che sono.  E quello che di loro hai raccontato, non è esistito mai se non visto attraverso una lente di ingrandimento propria dell’artista. Si chiama fantasia.  Però succede sempre poi che queste Muse passino tra quei fogli, tra quelle note e quelle tele per cercarsi un po’ e provare a vestire i panni delle loro versioni di carta, musica e colore. Alle volte si nascondo lì e alle volte scappano, da quelli che non sono. Alle volte si arrabbiano con chi li ha raccontati diversi e si stupiscono per chi li ha raccontati troppo simili nei loro segreti. Ma quelli non sono mai loro. Sono la traduzione che ne ha fatto l’artista, perché, come amante fedifrago, l’unica a cui deve il suo amore è lei: l’Arte.
Laura Grassi

lunedì 28 dicembre 2009

Una parola è una parola sola... dal 2009

Come ogni fine di anno ho aperto la scatola arancione. Quella che contiene i biglietti, ricordi, pensieri sparsi di tutto l'anno. Ho rovesciato tutto sul letto e ho preso un quaderno con le pagine trasparenti, prossimo museo di quei cimeli. La musica è andata subito in loop ascoltando uno dei miei passati migliori amici cantare di quella canzone che tanto condividevo, adesso, a distanza di anni. Loop. Scatola vuota. Letto pieno. Propositi per il 2009. Rido. Si sono avverati quasi tutti... Sembra, che in alcuni casi, l'ambizione non sia peccato ma padrona di casa. Ma è facile sognare quando si ha un foglio bianco davanti. Difficile continuare a farlo quando davanti hai sogni, pronti a scoppiare come bolle e tu a guardarli con un catino in mano, a raccogliere il sapone per farne delle altre quando scoppieranno.
"Se dico guarda tu che cosa vedi...?" canta ancora lui. Dodici biglietti d'aereo, Trenta biglietti di treni. Pochi penso. Londra. Roma. Sarei dovuta restare di più. Se avessi tollerato quella città e quel mal di stomaco. Se non avessi viaggiato solo per quei treni, con la nascosta speranza di non arrivare e non tornare indietro mai.
"Legati le mani", dice un biglietto. Sorrido. Era marzo e le metafore erano la mia colpa, le parole svestite la sua supplica, Claudio Baglioni quella voce che cantava. Abbaglio. Effetti collaterali. Libri.
Penso, in questo viaggio, di aver avuto tante "maghe Circe" che invitandomi a seguirle, si sono fermate con me a metà strada. Quell'esatta metà strada per cui poi io sono andata, che mi ha portato a quella giusta. PNL. LIBRI. Ma il lavoro resta fuori dalla scatola, dal letto e dai pensieri. Il lavoro è raccolto in altri quaderni.
Luglio, sono ricordi lontani, non ne sento più l'odore, li guardo galleggiare tra le pagine, senza voce raccontare di qualcosa, che un quando era importante.
Ecco invece il colore. Dicembre. Un'altra maga. Ma è finito l'anno, è finito il decennio. Come fosse una serie TV. Ironico. Nulla sembra per caso.
Primo foglio della scatola arancione, sul 2010. Chissà, penso io. "Senti, una parola è una parola sola..." canta lui.
Chiudo la scatola. Che sia di pancia, cuore oppure gola. Resta una parola.

Laura Grassi
In Alice Dresses

martedì 6 ottobre 2009

Fuga dal Bel Paese

Senza perderci in elucubrazioni strane, lo dice la parola stessa : Bel Paese. Non Paese efficiente, non Paese meritocratico, Paese funzionante. Bel Paese, questo è l’Italia. Terra di ampio respiro, di paesaggi vari e meravigliosi, di clima gentile. Bella. Sì, non a caso, insieme a “Ciao” questo è il terzo vocabolo che da oltralpe associano alla nostra terra, preceduto da “Pizza”. Mentre pensando all’Inghilterra viene in mentre la Regina, le Guardie a cavallo, i bambini vestiti in divisa, Cambridge e Oxford e pensando all’America, un presidente afro-americano a soli cinquanta anni dall’ apartheid. Noi restiamo il Bel Paese. Non siamo gli inglesi, non siamo gli americani e ostinandoci nei nostri modi “caratteristici”, non potremo mai esserlo. Siamo quelli che devono conoscere qualcuno per avere un lavoro ad alti livelli, che devono conoscere qualcun altro per averlo in un posto pubblico, che nonostante abbiano studiato inglese dalle elementari non sanno andare oltre l’ “Hello, my name is..” , che non hanno ancora capito che il “servizio al pubblico” significa che devi evitare di trattarlo male quel pubblico, che sono iper-creativi nel trovare escamotage nel campo del lavoro, che se ne vanno di casa a 32anni e magari a 35 ci ritornano. Una nazione che qualcuno ha definito “un paese per vecchi”. Ed è un vero peccato, e quando inizi ad accorgerti senti l’esigenza di essere apolita. E Se oltre a ciò, decidi poi di trovare una nuova nazionalità, il divorzio dalla terra natia sarà inevitabile e la soddisfazione di vederti aprire portoni, quando prima ti chiudevano in faccia porticine, ti fa venire in mente una sola parola. Casa. Alla faccia del Bel Paese. Voglio la nebbia 350 giorni l’anno, cibo cinese, giapponese, coreano in ogni dove, trasporti pubblici che non sono mai in ritardo, curriculum fatti di referenze e non di lavori immaginari, un figlio che cresca lì, in questo luogo. Con questa mentalità meritocratica, attenta e contemporanea.